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La pandemia secondo don Angelo Casati, la paura della morte e come affrontarla
Intervista a Don Angelo Casati

Data

Lo scorso 10 maggio don Angelo Casati ha compiuto novant’anni. Saggista e poeta, voce profetica fra le più ascoltate a Milano, l’avevo intervistato all’inizio della pandemia. Le sue parole mi sembrano ancora oggi attuali. Per questo le ripopongo. Buona lettura.
Paolo Rodari

Paolo Rodari

Sono Paolo Rodari, scrittore e giornalista. Mi puoi scrivere inviando una mail a paolo@paolorodari.it

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La mia intervista ad Angelo Casati

Caro don Angelo Casati, stiamo vivendo una situazioni che per molte generazioni è una novità assoluta. In giro c’è tanta paura. Come stai tu davanti alla paura?

Don Angelo Casati

«Sì, caro Paolo, forse sta qui l’eccezionalità dei nostri giorni: nel fatto che la paura è generalizzata e tutti abbiamo paura per lo stesso evento. Per il resto penso che la paura faccia parte della vita, ognuno ha le sue paure, chi più chi meno, chi per una cosa chi per un’altra. Come sto io? Non ho mai pensato una vita esente da sentimenti di paura, né a una traversata senza momenti di bufera. La guardo in faccia, la mia e quella degli altri che fanno la traversata con me. Non condivido l’opinione degli ecclesiastici che vedono nella paura un sintomo di una fede minore. E non penso che sia un segno di poca fede sentirne la presa sulla pelle.

Penso a Gesù che più volte invitava a superare la paura, a non temere. Quando i suoi discepoli per furia di acque e tempeste urlavano dalla barca e i gridi sembrano soffocati dall’urlo delle acque. Eppure anche lui provò sentimenti di paura, quando per esempio di fronte alla morte che ormai incombeva, all’ombra notturna degli ulivi nell’orto “cominciò – dice il vangelo – a spaventarsi e a sentire angoscia e disse ai discepoli; “L’anima mia è triste fino alla morte”. Lo sento compagno delle mie paure e delle paure dell’umanità».

La paura della morte può essere sconfitta? Cosa direbbe don Angelo Casati anche a chi non crede?

«Posso sbagliarmi ma il problema per me non è come sconfiggere la paura della morte, che non sarà mai totalmente sconfitta, non siamo meglio di Gesù, ma come affrontarla, come ricondurla a una misura tale per cui non paralizzi la vita. Ricordo che cinquant’anni fa un ragazzo di un liceo, quando in un’ora di religione si era arrivati a parlare di paura della morte, ci disse: “A me il morire non fa problema, importante è non morire da vivi”».

Che cosa può aiutarci?

«Se ritorno al racconto del Giardino del Getsemani, a colpirmi è il fatto che Gesù anche in quel momento dia a Dio il nome di “padre”, come un estremo affidamento a un Dio che se è padre non potrà abbandonare alla morte un figlio. Lo strapperà allo strapotere della morte. Nella fragilità, a sostegno, Gesù cercò il volto di Dio. Dobbiamo però, per debito di verità, aggiungere che nel momento della fragilità lui cercò anche volti di amici, senza minimamente velare questo suo bisogno profondo di vicinanze anche umane. Mendicante di amicizie e di affetti.

Il racconto del giardino narra quel suo andare in cerca degli amici e la desolazione di trovarli addormentati, quasi non ci fossero. Per tre volte disegnati nel racconto quei passi in ricerca, per tre volte raccontata la delusione: “Venne e li trovò addormentati… venne di nuovo e li trovò addormentati… venne per la terza volta e disse loro: “Dormite pure e riposatevi. Basta! E’ venuta l’ora: ecco il Figlio di dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi e andiamo”».

Non gli bastava Dio?

«È come se Gesù ci raccontasse quanto preziosa sia la presenza di persone che al di là delle parole, anche solo tendendoti la mano, ti aiutino a non sprofondare nel buio. Pochi anni fa è stato beatificato un prete, che è nella benedizione di tanti noi milanesi e non solo, don Carlo Gnocchi. Lui, mesi prima di morire chiese che fosse accompaganato da un amico. Gli fu vicino don Giovanni Barbareschi. Una delle tante sere in cui don Giovanni si accingeva a salutarlo, don Carlo lo fermò, gli disse : “Va’ via no, go paura”. “Non andar via”, gli disse, “ho paura”. Rimase con lui notte e giorno sino alla fine. La mattina del 28 febbraio, ormai sotto la tenda ad ossigeno, fece cenno a don Giovanni che mettesse la sua mano sotto la tenda, gliela strinse con le poche forze che aveva, poi disse: “Grazie per quello che hai fatto per me: è bello morire con un prete amico vicino”. A vincere il turbamento un amico.

Un bisogno del cuore cui dare, se possibile, una risposta: avere mani che ci accarezzino, quasi parabola e presentimento sulla terra delle mani di Dio, che attendono oltre la porta. Dico questo bisogno mentre assisto sempre più a una morte  privata per esigenze mediche di questa possibilità. A volte o spesso non se ne può fare a meno, ma rimane la tragicità di questa nostre impossibilità a onorare due urgenze tanto importanti: sicurezza e tenerezza. Mi chiedi di chi non crede: potrebbe sperimentare in un abbraccio, in una carezza, in una stretta di mano, in uno sguardo che l’amore è più forte della morte; il pensiero di aver amato può rasserenare il cuore. Scrive Giovanni nella sua lettera: “Da questo sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte”. Come a dire che è già morto da vivo».

Ricordi nella tua vita esperienze simili a questa? Se sì, come le hai vissute?

«Non ricordo situazioni simili. Penso che ogni situazione ha dell’irripetibile. Ricordare eventi del passato è prezioso per trarne motivi di coraggio, non per ricavare modelli. Posso sbagliare ma ricorrere a modelli potrebbe svelare una certa inerzia dello spirito a immaginare proposte nuove che nascono dalla diversità dei momenti storici, mai sovrapponibili., Non sarà che oggi ci viene chiesto un supplemento di immaginazione, di fantasia, di creatività? Per riferirmi a un ambito più ecclesiale – lo dico sottovoce – non sarà che l’aver messo l’accento unicamente sulla celebrazione della Messa –“Via la Messa, via tutto” – non avrà avuto come contraccolpo anche quello di allontanarci dall’immaginare, in sua assenza, altre esperienze? E non dall’alto.

Mi sono emozionato in questi giorni leggendo una mail che mi è giunta da amici dopo la domenica della samaritana al pozzo. Scrivono: “In questo tempo di digiuno eucaristico ci ritroviamo con amici in casa e spezziamo insieme la parola, ascoltiamo la tua omelia, spezziamo il pane e ci ‘riappropriamo’ di un buon vino. Ieri abbiamo ascoltato tutti i testi con voce di donna. Poi ceniamo insieme. Coronavirus momento di grazia rispettando il dolore. Un abbraccio a distanza”. Un chiesa che immagina e inventa».

Il prezzo di questa pandemia lo stanno pagando soprattutto le persone più deboli. Don Angelo Casati, che effetto ti fa questo dato?

«Paradossalmente, questa avversità che stiamo attraversano, rendendoci molto preoccupati di noi stessi, può per disavventura oscurare storie e storie, degli ultimi: quelli che non hanno accesso alle nostre cure o ai nostri interventi di aiuto. Le fasce più deboli sono in grave difficoltà, ma noi le ignoriamo: siamo presi da altri pensieri. Giusto segno di sensibilità mettere all’attenzione di tutti il lavoro indefesso e pieno di dedizione dei nostri medici, degli operatori sanitari, ma andrebbe riconoscita la preziosità anche delle prestazioni di coloro che ci permettono di sopravvivere, spesso fasce deboli, che con il loro lavoro prezioso, donne e uomini, spesso invisibili, senza nome, sostengono la nostra vita. 

Dobbiamo, con una certa tristezza confessare che il Coronavirus ha invaso con tale prepotenza la comunicazione che – ce ne rendiamo conto o no – sta, cancellando storie più lontane, pagine inquietanti, tragedie dei nostri giorni. Basterebbe pensare alle donne, uomini, vecchi e bambini siriani, proprio in questi giorni incolonnati ai confini della Grecia, una processione laica di dolore infinito, che bussa alle porte dell’Europa e non trova che respingimento. Non vorrei che il Coronavirus, al di là di una provocazione immediata alla solidarietà, non la rattrappisse in una solidarietà ristretta che non va a intaccare la mentalità purtroppo incista, quella dei “nostri”, “prima noi”. Una solidarietà ferita, amputata. E non aperta a chiunque abbia bisogno di cura e di speranza».

Che città è la Milano di oggi che vive chiusa a motivo del virus? All’inizio questa città ti spaventò, poi la amasti. Cosa ti senti di dire?

«Tu ricordi, Paolo, la confessione di un mio spaesamento quando, anni e anni fa da Lecco fui invitato dal cardinal Martini come parroco a Milano. In verità non era spavento, era timore che in una città la parrocchia finisse per essere terra di anonimato. Non fu così, la parrocchia divenne rete, rete di relazioni, una rete che travalicò confini, anche quelli, presunti tali tra credenti e non credenti o diversamente credenti, una città che si accendeva agli sguardi. Da vecchio prete, penso che la via del vangelo sia questa, non quella delle celebrazioni enfatiche o delle declamazioni ecclesiastiche o politiche, modalità che, se non erro, Gesù non ha mai fatto sue.

Anche in questi giorni sentirti accolto anche con la tua paura, sentirti accolto negli occhi di qualcuno, negli occhi di Dio, per il quale tu sei pupilla, ma anche negli occhi di chi vive e incontri fa la differenza. In un mondo in cui – anche in questi giorni di apparente silenzio – si stanno moltiplicando a dismisura le parole mi sembra di poter dire che non conta il numero delle parole, conta, come dice il vangelo, la voce del pastore, il timbro della voce in cui senti respirare un affetto e una vicinanza, quel timbro inconfondibile che rende superflua la moltitudine delle parole. Ti parrà strano, fuori dalla realtà ma la città che torno a sognare è quella in cui ci si racconta. Il racconto, anche di questi giorni, rompe la solitudine. Meno fretta, meno marciapiedi stretti. E raccontarsi: l’immagine è la panchina. Una mattina di una estate mi venne da scrivere:

Ora che i marciapiedi
gridano accorati
alla ristrettezza,
sorte amara è  andare
uno in fila all’altro
senza abbracciarsi,
senza raccontarsi,
quasi fosse divieto
d’amore e di amicizia.
Inseguo da lontano la piazza
la panchina del raccontare.

don Angelo Casati

Tu mi capisci, è un’immagine. Una città dei racconti e della panchina sconfigge il virus della solitudine. Sogno architetti, Ho sentito di architetti che immaginano grattacieli che siano come un paese, con spazi di un vivere comunitario, penso che ogni quartiere debba averne l’immagine. Panchina e racconto. Sedere sulle piazze e raccontarsi, di tutto, del cielo e della terra, delle luci e delle ombre, degli umani e di Dio, della vita e della morte, del nostro paese e del mondo intero. Costruire piazze del racconto! Che grazia sarebbe! Forse è ingenuità di un vecchio prete.

Che con sorpresa però ha colto una declinazione del suo sogno in parole luminose di papa Francesco che evoca : “Una città che non diventa mero spazio di transito, ma una estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato”. E si sorprende alla bellezza:“Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro”»

Grazie don Angelo Casati per questa bella intervista, che ci ricorda quanto sia importante imparare ad ascoltare la voce del silenzio.

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